Ho visitato la cittadella, luglio 2013. Continuo ad essere affascinato dalle rovine, dalle incompiutezze e dalle anomalie, e per ciò mi sento ridicolo, cieco e ignorante [penosi reliquiari; re o vescovo che seduto su canapé, tappeto o poltrona, traborda cornice; base di affreschi abbandonati solo cielo azzurro e colonnine separatrici; frate che fissa frontalmente; incisioni su legno smaltate ‘400 come animazione Heavy Metal 1981]. Nonostante tutto, un amico giornalista ha scritto un articolo dove

Chiunche nasce a morte arriva
nel fuggir del tempo; e ‘l sole
niuna cosa lascia viva. 
Manca il dolce e quel che dole
e gl’ingegni e le parole; 
e le nostre antiche prole
al sole ombre, al vento un fummo.
Come voi uomini fummo,
lieti e tristi, come siete;
e or siàn, come vedete,
terra al sol, di vita priva.
Ogni cosa a morte arriva.
Già fur gli occhi nostri interi
con la luce in ogni speco;
or son voti, orrendi e neri,
e ciò porta il tempo seco.

prende in giro coloro che fanno il mio lavoro. Spero non pensasse a me mentre concepì tale impiego di idiozia. Ad ogni modo, mi sono infuriato e di pugno ho ribattuto con una lettera polemica a cui è seguito un subitaneo pentimento. Mia madre, mia moglie e qualsiasi altra donna della e di vita amerebbero vedermi di spirito più coriaceo, ma “non c’è piacere senza spine, voluttà senza dolore” [Venus di Lucas Cranach a Villa Borghese]. La lettera è infine rimasta a giacere sulla scrivania di casa della madre, dato che lì mi trovavo giovedì scorso.

Quella mia azione non può che ricordare i giovani studenti d’arte che siedono per terra a ritrarre una statua o la facciata di Santa Maria Novella, nascosti dal sole che atterra ogni cosa, in bilico quindi nell’ombra di un palazzo. Una azione piena di speranza ma istintuale, un gesto condizionato nonostante la sua complessità e il suo impegno, ma pur sempre una lotteria vana o un cilindro di pistola scaricato in un pozzo dove si vede nitidamente l’acqua e ciò che riflette.

Nel 2006 fu palesato che la ragazza di un mio amico lo tradiva. La vidi strisciare tra le stoviglie di un tavolo come una gatta, una sorta di esibizione che ricorda gli irrefrenabili giochini d’infanzia, che nel pieno della matura pubertà divengono semplice cattivo gusto. Quando cioè l’imitazione dei grandi, quali grandi poi chissà, non è più motivo di gioia, bensì di frustrazione. Le sue movenze, infatti, scimmiottavano qualche pantera televisiva, ma la situazione era fuori luogo, l’interprete pure e il destinatario latitava: un divertito e ridicolo sgomento aveva radunato la sala.
Questo fu il sintomo ovvio di qualche disagio sentimentale della ragazza, vi risparmio ciò che si disse della sua fuga d’amore, dato che era l’aspetto nella vicenda che meno destò il mio interesse.

Rievocai questo episodio con Urric il mese scorso. Urric è un mio collega croato, come me appassionato di semplici film e complesse ideologie. Il problema è che Urric riesce sempre a demolire con un soffio i miei castelli di carta.
Trovavo un nesso tra la ripetizione, l’accumulazione seriale di programmi televisivi, film e la ripetizione degli stessi per imitazione da parte del pubblico. Il nesso sta proprio in come questa formula sia di fatto la definizione del successo. 
Avere un Batman 1, 2, 3 etc. non è diverso dal successo di un bambino che impara a contare le dita di una mano. Questo paragone all’infanzia permette di giustificare quella ragazza e di vedere la banalità nel ridicolo. 

Urric non era d’accordo e chissà chi aveva ragione, ma mi portò come prova un dipinto.
Andammo al museo della Fondazione, c’era il custode nel gabbiotto, ma non alzò nemmeno gli occhi, entrammo. Questi luoghi sono sempre i più raffinati, ma anche i più disabitati, come le concessionarie di auto troppo costose. 
Urric mi mostrò il quadro, era la Giovane venditrice di polli e selvaggina con una vecchia che versa moneta di Gennari Benedetto il Giovane, dalla datazione incerta. Prima di innamorarmi di questa tela, mi innamorai della generosità del mio collega nell’avermi rivelato questo capolavoro. 
Non disse nulla, del quadro ne compresi da solo, immediatamente, il significato.

Pubblico con piacere questo estratto da un bel libro d’un autore mio amico. Per non dispiacere alla sua fama, non ne espliciterò il nome, dato che ama fomentare nell’ombra le perversioni quotidiane, come facilmente potrete intuire leggendo.

Se stanno sotto o stanno sopra non è esattamente importante. Il comico e il grottesco dello scomparire o del cadere è equivalente alla monumentalità riverente e incolta del tenere il palco. Il fascino dello spettacolo sta proprio nel suo tirare o slegare il sipario, nel passo avanti che mostra e nel passo indietro che ritrae.
C’è però tutta una categoria di persone che non fa né passi avanti né passi indietro. I musicisti di cantanti celebri ad esempio. Essi rimangono sempre sotto una luce più scura, schiacciati dalla statuarietà dell’artista per cui suonano. E quando l’artista muore? 
Come nel caso di Lucio Dalla. Si è celebrato a Bologna il suo anniversario ad un anno dalla morte. Tanti i cantanti, le star, gli amici che si sono succeduti sul palco. Anche alcuni che, se si può dire, non conoscono di prima mano Dalla, ma questa è una polemica sterile, dato che lo spettacolo maggiore è stato quello della folla oceanica che si è riversata nel centro storico come una alta marea inattesa, e questa folla oceanica non conosceva certamente il cantautore come amico intimo.
Dietro, ancora una volta, sono rimasti i musicisti. Ed è strana la cosa in termini analitici, perché in fondo questi sono coloro che hanno accompagnato Dalla per ennesimi anni. Ma la realtà sfugge all’analitica, perciò nulla è strano, da qui il grottesco. 
Ora, accade che alcuni di questa band di musicisti si sia messa in testa di formare un gruppo per portare avanti e proseguire le canzoni di Lucio Dalla che in fondo oramai appartenevano loro, tanto le hanno viste e fatte nascere e tanto le hanno suonate in giro.
E qui c’è il tragico della vicenda. Suonare Lucio Dalla senza Lucio Dalla pur essendo veramente Lucio Dalla. 
Iskra saluta il pubblico che riesce a vedere oltre le luci che brillano. Siamo oltre i rotolamenti del ricordo, lo sfogliare della memoria, c’è l’ingombro di una identità e la difficoltà di essere se stessi. Un soggetto per Kaurismaki. Uno svenimento della città per l’euforia, che non è stata mitigata dal cimitero ma esaltata dalla resurrezione. I musicisti goffi di strumenti, sono coraggiosi, tali perché vivono e non sopravvivono.

Se stanno sotto o stanno sopra non è esattamente importante. Il comico e il grottesco dello scomparire o del cadere è equivalente alla monumentalità riverente e incolta del tenere il palco. Il fascino dello spettacolo sta proprio nel suo tirare o slegare il sipario, nel passo avanti che mostra e nel passo indietro che ritrae.

C’è però tutta una categoria di persone che non fa né passi avanti né passi indietro. I musicisti di cantanti celebri ad esempio. Essi rimangono sempre sotto una luce più scura, schiacciati dalla statuarietà dell’artista per cui suonano. E quando l’artista muore? 

Come nel caso di Lucio Dalla. Si è celebrato a Bologna il suo anniversario ad un anno dalla morte. Tanti i cantanti, le star, gli amici che si sono succeduti sul palco. Anche alcuni che, se si può dire, non conoscono di prima mano Dalla, ma questa è una polemica sterile, dato che lo spettacolo maggiore è stato quello della folla oceanica che si è riversata nel centro storico come una alta marea inattesa, e questa folla oceanica non conosceva certamente il cantautore come amico intimo.

Dietro, ancora una volta, sono rimasti i musicisti. Ed è strana la cosa in termini analitici, perché in fondo questi sono coloro che hanno accompagnato Dalla per ennesimi anni. Ma la realtà sfugge all’analitica, perciò nulla è strano, da qui il grottesco. 

Ora, accade che alcuni di questa band di musicisti si sia messa in testa di formare un gruppo per portare avanti e proseguire le canzoni di Lucio Dalla che in fondo oramai appartenevano loro, tanto le hanno viste e fatte nascere e tanto le hanno suonate in giro.

E qui c’è il tragico della vicenda. Suonare Lucio Dalla senza Lucio Dalla pur essendo veramente Lucio Dalla. 

Iskra saluta il pubblico che riesce a vedere oltre le luci che brillano. Siamo oltre i rotolamenti del ricordo, lo sfogliare della memoria, c’è l’ingombro di una identità e la difficoltà di essere se stessi. Un soggetto per Kaurismaki. Uno svenimento della città per l’euforia, che non è stata mitigata dal cimitero ma esaltata dalla resurrezione. I musicisti goffi di strumenti, sono coraggiosi, tali perché vivono e non sopravvivono.