Back to Top
Il pianeta solitario

La stagione delle vacanze volge al termine. Ma è un pensiero quiescente che accompagna l’uomo durante tutto l’arco dell’anno, come se il rilascio della tensione non potesse mai compiersi del tutto.
Di fronte a questo omeopatico smarrimento, inciampo casualmente sul canale YouTube di Lonely Planet, il pianeta solitario.
Come tutti sanno, si tratta di una casa editrice di guide turistiche. Personalmente ho sempre trovato le sue pubblicazioni molto ben fatte, in quanto descrivono lungamente la cultura, la storia e le opportunità per il turista in un paese che non conosce. Un compendio agile per chi si prefigge di visitare un luogo senza avere alcuna idea di dove stia andando. Mi rendo conto che non è una presentazione troppo lusinghiera della funzione di questi libri, ma è colpa dell’attitudine frettolosa del turista, Lonely Planet argina solamente l’ignoranza e non mi sembra il caso di crocifiggerlo per questo.
Questa casa editrice quindi potrebbe fornire qualche indicazione, qualche segno, su come dare coerenza e completezza alla nostra vacanza. È chiaramente una sopravvalutazione, ma almeno queste fedi pagane sono un diversivo che ci conduce in luoghi reali o virtuali che stuzzicano l’appetito annoiato.
E l’altrove di oggi è un video che trovo in presentazione al canale YouTube del pianeta solitario. Un minuto. Il tempo ideale, una volta si riteneva che 5 minuti fossero la formula aurea per il web. La contrazione trovo sia ottima cosa visto quanto è faticoso guardare, leggere, scrivere, lavorare, vivere davanti al computer. La brevità dei contenuti non incide sul tempo complessivo di esposizione allo schermo, ma lo rende più gradevole, a livello psicologico perlomeno. Un minuto è il tempo di una fuga, di una trasgressione che passa inosservata, di un capriccio reiterabile e perdonabile ogni volta.
Lo stile e il contenuto del video corrispondono alla sua durata: frammenti, inspirazioni ed espirazioni, corse e stasi, fughe e stordimenti lungo paesaggi e genti di ogni dove nel mondo (principalmente però non “caucasiche”, nota di non poco conto). Inserzioni di titoli grafici illustrano blocchi di immagini girati in spazio-tempi diversi associati per induzione: “fly” sta per tutte le tipologie di viaggio (nave, aereo, moto, auto, persino a nuoto); “meet” per mangiare insieme, comprare oggetti, danzare, sorridere; “reflect” per fenomeni di celebrazione laica o religiosa, per contemplazioni e visioni individuali; e poi via così con “discover”, “chase”, “refresh”, “play”, “trek”, “wonder”, “search”, “experience”, “explore” e, naturalmente, “lonely planet”. Il tutto al ritmo di un brano che sembra un frullato di musica etnica a prevalenza caraibica. Si tratta di comunicare l’idea che alla varietà del mondo corrisponde la varietà di sensazioni e possibilità umane e che l’insieme delle due è il Pianeta Solitario.
Come nelle migliori pubblicità, si cerca di vendere un prodotto sostituibile e non necessario come se fosse un fatto storico-scientifico, anello necessario in un processo di causa-effetto. La scienza è esplicativa, ci fa capire perché e come siamo stati e siamo ancora oggi in un certo modo. Similmente, la storia è geneticamente vicina, “la storia siamo noi”, una cosa che ci appartiene anche se non lo sappiamo, anche se non lo vogliamo.
La nostra volontà non è interpellata quindi, e anche se fosse, come appena detto, non potrebbe incidere. Contrariamente a quanto volgarmente si pensa, la pubblicità non crea desideri. La pubblicità è affermazione, non esibizione. Nel momento in cui un prodotto viene messo in vendita esso non è desiderabile, esso si afferma, è presente ed è a disposizione. È possibile che non tutti se lo possano permettere, ma è solo questione di denaro, non è perché il prodotto in sé si nega. La pubblicità è già possessione, salta la fase pericolosa ed incontrollabile del desiderio. È possibile che non tutti vogliano questo prodotto, che non interessi a tutti, che non tutti ne abbiano bisogno, ma in quanto merce esso vuole noi, noi gli interessiamo, esso ha bisogno di noi, ed è questo ciò che conta.
Dunque spesso per vendere una automobile cercano di vendere una donna (o il più delle volte il concetto di sensualità), in quanto la donna si negherebbe e ciò farebbe scattare il desiderio, ma l’auto non si nega e ciò conduce alla possessione. Poi l’auto arriva e ci si accorge che non è una donna e allora non scatta il desiderio, ma la frustrazione. Il desiderio è quando un oggetto necessario si nega, ma qui la donna di fatto non si nega mai del tutto, si concede sotto forma di auto. Eppure il giochetto non è che una truffa. Per chi ancora ci crede.
Il video di Lonely Planet afferma quindi il proprio prodotto come garante dei luoghi più interessanti al mondo e delle sensazioni più di valore nell’uomo. In quanto garante si pone, come detto, al di sopra di tutto ciò,  come la legge di gravità dietro una mela che cade. Appartiene a quell’apice “nobile”, “zen”, di pubblicità che nemmeno hanno bisogno di affermarsi attraverso l’esposizione del proprio prodotto.
Infatti ogni frammento del video, girato in luoghi lontanissimi tra di loro nello spazio, sembra addirittura realizzato da un amatore. Anzi, per ogni frammento un turista differente, amatore di filmini. Viene da chiedersi se questi video siano davvero materiali inviati dai turisti a Lonely Planet o se siano piuttosto una simulazione dell’esperienza estetica e di memoria turistica. Se siano video fatti ad hoc per simulare una supposta individualità irriducibile dell’uomo, che vive davvero la propria vita (inimitabile) e quella degli altri solo quando è turista.
C’è anche un altro sottinteso: la non omogeneizzazione, la caduta della società di massa che prevedeva degli uomini-replicanti, si realizza in soggettiva, è un occhio che guarda. Ma c’è una conseguenza non necessaria che però si verifica comunque, una distorsione della libertà: se un occhio guarda, esso registra. Allargando il concetto agli autoscatti, ai bei paesaggi ed anche alle take sbagliate (telecamere che cadono in acqua o che urtano la realtà in qualche modo): chi vive registra.
La vita più intensa diventa una testimonianza, come se si rendesse conto della propria temporalità, della propria natura effimera. Tutto ciò che è scoperta, stupore, in poche parole ciò che è conoscenza diventa comunicazione.
La comunicazione, nella sua accezione disciplinare, è una forma di relazione profondamente codificata, mediata. In questo senso, la metamorfosi dell’intensità della vita in testimonianza, in appello alla finitezza, corrisponde all’idea originaria di medium, di anello di congiunzione tra i vivi e i morti. Il medium comunicativo del Pianeta Solitario è tanto efficace quanto più si avvicina agli uomini, alla soggettiva, e più si avvicina ad essa più diventa testimone di morte.
Non è un caso che l’amatorialità, di cui Lonely Planet effettua una simulazione, sia un concetto limite, approcciarlo mette a rischio di tilt: un campo sterminato, vicinissimo, intimo o lontanissimo, che sfoca il confine tra arte e spazzatura, tra visibile e osceno, tra professionismo e dilettantismo, il cui giudizio estetico è preda di una arbitrarietà assoluta. Ma che svolge una indubitabile funzione: quella dell’archivio, di prova, di ricordo del passato. Spesso il rapporto con l’amatorialità è una archeologia del recente, una riscoperta di ciò che si usa chiamare “radici” (i padri, i nonni), un viaggio verso la morte.
E come nello spot di Lonely Planet, nessun comportamento alla Orfeo è permesso, nessun voltarsi all’indietro una volta che si è intrapreso questo percorso. Voltarsi indietro, nella narrazione del turista, significa smettere di scoprire, tradire lo sguardo.
Ma cosa accadrebbe se ci si voltasse? Se si adottasse quindi un altro sguardo? La registrazione terminerebbe, in quanto non ha valore tornare sul già visto, secondo l’ideologia moderna descritta e che Lonely Planet fa propria. Non saremmo più testimoni di una vita di passioni, con l’emozione cesserebbe anche l’angoscia di perderla. E la vacanza non sarebbe l’apice della nostra esistenza, l’orizzonte ultimo di questo pianeta.

l’empire des lumières

Nei giornali e televisioni italiane di questi giorni, soprattutto nelle sezioni riservate alle chiacchiere, si sente parlare spesso del luogo dove l’attuale Presidente del Consiglio sta trascorrendo le sue vacanze, tale Villa Roma Imperiale a Forte dei Marmi.
Sono stato in visita al Forte anni fa e mi parve un luogo estremamente pacifico e sospettosamente pulito, rispetto a come le riviere italiane mi hanno abituato. Si sviluppa alla maniera di un borgo costituito principalmente di villini e colpisce il fatto che non siano presenti strutture che occludono la vista in altezza: una linea imprecisa come tracciata a mano potrebbe limitare l’orizzonte vicinissimo di pini, tetti piani o ripidi, un lampione, una via che mira dritta al mare.
Non fui impressionato da nessun tipo di lusso o di sfarzo eccessivo, anche se questa dimensione del suolo pubblico linda, curata, “svizzera”, risultava tiepidamente inquietante in una realtà rozza come quella italiana.
Credo che qui valga ancora la regola per cui la ricchezza significa e non è essa stessa un segno. Nel senso che chi è ricco, saldamente ricco, cioè potente, non ha necessità di esibirsi. E dunque non ha qualcosa, ma è qualcosa, possiede il senso. In Italia siamo confusi su cosa sia l’agiatezza, in quanto è un paese che ha vissuto nell’ultimo decennio una innumerevole milizia di arrampicatori sociali che hanno fatto sfoggio di una ricchezza balorda e fuori controllo. Prima di finire in qualche carcere.
Sono quindi incuriosito dalla possibilità di vedere, grazie alle virtù democratiche dell’Internet - per sempre sia lodato - dove un vero ricco passa la vacanza agostana. Riconosco essere una debolezza, ma dato che tutta la stampa l’evoca e dato che viene descritta come meta di lusso e, infine, data la pomposità del nome, mi chiedo cosa abbia di sovrumano tale albergo. Si sa che l’uomo ha una curiosità naturale per ciò che è divino, specie se il divino è abbinabile al merceologico.
Sul sito web di Villa Roma Imperiale posso trovare un esiguo numero di fotografie scattate da professionisti. Ciò che riconosco immediatamente in queste immagini è la piattezza luminosa degli spazi. Camere, sale, giardini, senza profondità. Una luce che annulla la percezione di vicino e lontano, una fobia delle ombre che rende ogni superficie liscia e senza sfumature di colore. Tutto è inorganico, non vivo, come un vassoio metallico su cui specchiarsi o un anello d’oro senza capo né coda.
Sono immagini che non suggeriscono una esperienza, sono immagini di luoghi anestetizzati e dove sembra impossibile possa sbocciare la vita. Non c’è traccia di esseri viventi, anche dove appaiono fiori o colazioni, il cibo viene mostrato in una sua verginità idealizzata. Non è realmente da mangiare, perché non ne vediamo la concretezza, è inafferrabile.
La profondità è annullata, come detto, perciò quel luogo è fotografato in modo tale da porlo al di fuori della realtà, ma non in una dimensione di sogno, dove tutto è soggettivo, bensì in una dimensione di idea platonica, dove tutto è oggettivo.
Queste fotografie non differiscono dalla maniera con cui solitamente si realizzano servizi fotografici per strutture turistiche. Per cui mi rammento di quanto ci sia una regola, un codice, per tutto, nel mondo moderno. Una disciplina tale che anche nei manufatti artigianali, come un servizio fotografico, il risultato finisce per essere standardizzato come fosse un prodotto di fabbrica. Uno esempio concreto di come la rivoluzione industriale sia stata prima di tutto una rivoluzione espressiva, di ragionamento, e non tecnologica.
Viene da chiedersi perché fotografie così sterili suscitino gli appetiti dei turisti. Ho sempre supposto che il turista fosse alla ricerca di momenti di vita, di esperienze dove tutti i sensi fossero amplificati: suoni, gusto, luci e ombre, il piacere fisico, lo spavento, il sonno, lo stupore, la riflessione. Il viaggio o la vacanza indicano caratteristiche simili agli effetti di certi tipi di droghe, piuttosto che alle sensazioni di “bello” o “sublime” che dovrebbero produrre le opere d’arte, ad esempio. Anzi, quando l’arte viene promossa sul piano turistico, anche lì vengono evocate sensazioni più sensoriali.
È la droga, quindi, la vera ambizione della vacanza, del tempo libero e dunque di ciò che viene intesa essere la libertà dell’uomo moderno.  Per questa ragione viene negata nella sua forma più esplicita: se cocaina, eroina e quant’altro fossero legalizzate l’uomo Occidentale raggiungerebbe in Terra, e attraverso moneta, la vera estasi e libertà a cui anela e ciò sarebbe un peccato che quasi tutte le religioni condannano.
Ma il turista quando cerca una camera d’albergo non è in questa fase sensoriale. Qui il turista ha la mano sul portafoglio e perciò non è qui per fare lo spettatore, ma per fare il giudice. Deve poter vedere tutti gli indizi e tutti i crimini su una tavola adeguata, regolamentata, omologata “a norma”. Deve anche potersi mettere nella posizione di specialista, per cui tutto gli deve apparire chiaro, in modo tale che possa pensare di essere lui a capire esattamente cosa sta guardando e non che ciò che guarda è effettivamente chiaro.
Ecco che allora quella idealità, quella piattezza, delle fotografie di Villa Roma Imperiale torna ad avere un senso. Il turista deve essere messo nella posizione di un Dio, ubiquo e infallibile, che con un semplice gesto, un numen, comprende, scarta, seleziona, come se arrotolasse il tempo attorno a sé. Al di sopra di tutto, come un detective televisivo che conosce il colpevole persino prima che il crimine sia compiuto. Le fotografie sono scattate in modo tale da non mettere il turista nella posizione di ricercare, ma di trovare. Chi guarda trova, non c’è niente da notare, nulla sfugge.
Perciò, se c’è da nascondere, sarà fatto altrove. E infatti spesso l’uso di queste fotografie è puramente illustrativo ("ceci n’est pas une chambre"), non è la chiave di volta per decidere se acquistare o meno delle notti. Ciò viene deciso su altri piani e con altri linguaggi, nei testi dove vengono descritti i servizi e, talvolta, i prezzi. Su portali come Tripadvisor ad esempio, la logica dell’onnicomprensività è invece estesa anche a questi servizi, in quanto tutto è modulabile, ma ha come effetto controproducente che quando il turista ha realmente la possibilità di sentirsi come un Dio, decidendo prezzi, distanze, servizi, periodo, finisce per dubitare dei propri poteri e subentra il sospetto della truffa. Ma questo è un altro discorso.
Le fotografie ad uso turistico sono quindi una sorta di gioco, un rituale da compiere, che non lascia tracce, che non incide. È come un gesto inutile sottoposto ad una inerzia inafferrabile: una volta lanciato non si fermerà, salvo che non sopperisca alle leggi della moda, più forti di quelle della fisica. Lo stile di aribnb.com ad esempio è una rivoluziona copernicana a proposito.
Ma sfogliando le immagini di Villa Roma Imperiale un’ultima domanda mi arrovella la testa. La struttura della villa è piuttosto modernizzata. Anche per esigenze di pulizia ed efficienza probabilmente, i pavimenti, i piani, le pareti, sono anonimi e paiono non appartenere ad un luogo specifico, ma piuttosto ad una azienda che produce parquet, sedie in vimini, cuscinetti. Perché un uomo ricco dovrebbe desiderare lo standard - di lusso - anziché l’eccezione? E poi il gusto estetico è all’insegna di colori minimali (il beige, il grigio perla, il bianco), bouquet in vasi di vetro, tende abbondanti, sobri baldacchini, cercando di dare una impressione di semplicità zuccherina. Non c’è nessuna volontà d’essere nobili o “imperiali”, bensì una semplicità famigliare, ma che non ha tracce di storia, senza tempo, non nel senso mitologico, ma nel senso di una lobotomia frontale. Una famiglia non invadente, assente ma disponibile. Una contraddizione che porta il nome di “posticcio”.
Ebbene mi chiedo dove risieda il gusto estetico, oggi, in quale strato della società. Di questi tempi visitiamo domus e cattedrali realizzate grazie allo sfruttamento della nobiltà sulle classi sottoposte. Dubito che fra tre secoli visiteremo Villa Roma Imperiale. La bellezza non è più appannaggio della ricchezza non perché sia diventata economica, ma perché il ricco non la sa riconoscere. Forse potrebbe non essere un problema, se non fosse che il milionario resta l’orizzonte di pensiero e desiderio di chi ricco non lo è.

È caduta una nuova foto di Sabina.

È caduta una nuova foto di Sabina.

THEME BY PARTI